Intervista al Dott. Renzo Guffanti – Presidente della CNPADC

Intervista al Presidente della Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza dei Dottori Commercialisti, DOTT. RENZO GUFFANTI

di Emanuele Rosario de Carolis[1]

 

Il Presidente della Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza dei Dottori Commercialisti (Cnpadc), nonostante il breve preavviso, ha risposto alle domande che la nostra Redazione gli ha inviato.

 

Domanda: La privatizzazione degli enti previdenziali, operata dal Decreto legislativo 30 giugno 1994, n. 509, ha riguardato il solo regime della loro personalità giuridica, lasciando invece ferma l’obbligatorietà dell’iscrizione e della contribuzione, come pure la natura di pubblico servizio. A distanza di oltre venti anni, il sistema che ne è scaturito consente agli stessi enti di operare secondo principi di efficienza ed efficacia, garantire le prestazioni dei beneficiari e tutelare l’integrità del patrimonio?

 

Risposta: Va ricordato che nel lontano 1994 il Legislatore ci ha chiesto di occuparci da privati del riequilibrio di una gestione che, seguendo le regole del pubblico, risultava sostanzialmente in perdita, arrivando a proiettare un valore negativo del patrimonio per più di 15 miliardi di euro nel 2040. Il sistema di oggi ci consente di operare in modo efficiente ed efficacie solo grazie all’intervento riformatore del 2004, senza il quale quella prospettiva miope e generosa oltre il “sostenibile” avrebbe provocato danni strutturali irreparabili al sistema. Le tempestive correzioni hanno permesso di  garantire la copertura delle promesse previdenziali di allora e di invertire il trend patrimoniale che oggi proietta nel lungo periodo, con i sacrifici presenti e futuri di tutti i Dottori Commercialisti, un valore positivo vicino ai 22 miliardi di euro. Negli ultimi anni, invece, stiamo operando per ricucire lo “strappo” generazionale della riforma, e per definire aspettative previdenziali su standard più elevati rispetto ai correttivi introdotti nel 2004. Dopo aver messo in sicurezza le pensioni, la Cassa si sta impegnando dal 2012 sull’adeguamento delle pensioni calcolate con il metodo contributivo, in un’ottica di equità intergenerazionale, che prevede una maggiore aliquota di computo e retrocessione dell’integrativo per chi avrà una pensione interamente contributiva, arrivando a riconoscere sul montante, anno per anno, il 35/40% in più di quanto versato; percentuale che decresce al crescere del rateo di pensione maturato con il metodo reddituale.

 

Domanda: Secondo il Consiglio di Stato, gli enti di previdenza privatizzati risultano beneficiari di finanziamenti pubblici, sebbene in modo indiretto, principalmente in considerazione del fatto che sono destinatari della contribuzione obbligatoria dei propri iscritti, sostitutiva di quella altrimenti comunque dovuta all’INPS o ad altro ente pubblico. Da ciò derivano alcuni obblighi, come quello di cui si è dibattuto alcuni anni fa, scaturito dall’art. 1, comma 5, della legge 30 dicembre 2004, n. 311 (legge finanziaria 2005) “limite all’incremento delle spese delle pubbliche amministrazioni”, il quale aveva disposto che, al fine di assicurare il conseguimento degli obiettivi di finanza pubblica stabiliti in sede di Unione europea, l’aumento della spesa annuale delle pubbliche amministrazioni non potesse superare il 2% di quella dell’anno precedente. Da più parti si sente dire che gli enti di previdenza privatizzati rivendichino una maggiore “autonomia”, allo stato attuale, quali sono i vincoli che la normativa impone agli enti privatizzati, in virtù del fatto di essere ricompresi tra i soggetti beneficiari di finanziamenti pubblici, e come incidono sulla loro gestione?

 

Risposta: Il Legislatore continua ad avere nei confronti delle Casse professionali un atteggiamento bifronte, poiché tende a valorizzare la natura privata quando c’è un ritorno economico per l’Erario, mentre sottolinea la valenza pubblicistica, facendo confusione tra funzione svolta e status giuridico, per attingere a finanziamenti impropri. Ciò comporta  una evidente contraddizione,  il cui obiettivo è di comprimere l’autonomia delle Casse, addossando i passivi agli Enti mentre si cerca di approfittare degli attivi che si stanno accumulando nello stato patrimoniale.

Premettendo che autonomia per le Casse non vuol essere una zona franca da indirizzi e controlli, ma semplicemente una vigilata autodeterminazione nella organizzazione, gestione e amministrazione, riteniamo che questo sia un atteggiamento di corto respiro, che non le mette nelle condizioni migliori per svolgere il loro ruolo di amministratori previdenziali. Oggi, in particolare, dobbiamo confrontarci con una normativa pubblica in materia di spending review che riduce l’autonomia, senza portare alcun beneficio per  gli Enti, visto che i risparmi di spesa devono essere riversati nelle Casse dello Stato. Il punto non è non voler risparmiare, tanto che la  Cnpadc dal 2009 ha messo in atto una profonda riorganizzazione interna che sta portando risultati molto positivi sul fronte dell’efficienza e dei risparmi di costi,  ma è dover poi riversare nelle casse dello Stato  i risparmi ottenuti, ben sapendo che la condizione posta ed accettata in sede di privatizzazione è che non ci fossero, e non ci saranno, oneri posti a carico dello Stato.

Ricordo, sul punto, che questo Consiglio di Amministrazione sta portando avanti una strenua difesa dell’autonomia della Cassa, e il Consiglio di Stato ha rilevato “ragioni di non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale” delle norme che impongono alle Casse, in forza della loro inclusione nell’elenco Istat delle “pubbliche amministrazioni”, di riversare i risparmi di spesa al bilancio dello Stato. Il Consiglio di Stato, infatti, ha ritenuto fondate le argomentazioni della Cassa dei Dottori Commercialisti che ritiene che l’obbligatorietà della contribuzione non possa essere assimilata ad un “finanziamento pubblico”, in quanto i versamenti degli iscritti sono volti a costituire le risorse per la loro futura pensione, mentre la norma prevede il versamento di una percentuale della spesa per i “consumi intermedi” sostenuti nel 2010, la cui determinazione rientrava nella piena ed autonoma valutazione della Cassa, creando così una situazione in cui si assiste a una distrazione di risorse dallo scopo a cui sono destinate, con una conseguente riduzione delle prestazioni future, senza rispettare né il principio di competenza tra l’esercizio in cui avviene il prelievo rispetto a quello preso a base per individuare l’imponibile, né la progressività della aliquota applicata.

 

Domanda: La Cassa nazionale di previdenza e assistenza dei Dottori Commercialisti ha appena approvato il Bilancio al 31 dicembre 2015, dal quale emerge un patrimonio di 6 miliardi e 432 milioni ed un avanzo corrente di 565 (dopo le imposte). In uno scenario piuttosto difficile per gli enti previdenziali privatizzati, la Cnpadc è un’isola felice?

 

Risposta: E’ vero, la Cassa dei Dottori Commercialisti gode di ottima salute e questo non è una casualità ma il risultato di una programmazione e di una lungimiranza che la Categoria – forse per la naturale propensione a ragionare sui numeri – ha nel suo DNA. In questi anni siamo riusciti a consolidare una costante crescita delle riserve previdenziali, con l’asticella che si è fermata nel 2015 a 6,4 miliardi, in un quadro d’insieme che mostra valori e rapporti tutti all’insegna della positività. Va sottolineato che stiamo solo cercando di  adempiere al nostro compito con l’obiettivo primario di costruire un modello di welfare moderno, sostenibile, equo e flessibile. Per fare ciò abbiamo la necessità di studiare strategie oculate e gestire diversi tipi di rischi: da quello demografico a quello finanziario, da quello normativo a quello politico. Troppo spesso la Cassa viene vista erroneamente come un Ente ricco, ma va precisato che il patrimonio attuale non è altro che “fieno in cascina” da utilizzare per garantire in futuro le pensioni e l’assistenza agli iscritti e ai loro familiari. Per questo la dobbiamo difendere, perché rappresenta  un  valore aggiunto per chi svolge la professione di Dottore Commercialista, una professione senza alcuna “attività protetta”, e che qualcuno tende troppo spesso a confondere con altre realtà.

 

Domanda: Qual è l’andamento degli iscritti della Cnpadc e quale il rapporto con i pensionati?

 

Risposta: Le medie reddituali degli ultimi anni dimostrano che la professione del Dottore Commercialista non ha mai perso il suo appeal, nonostante i continui venti di crisi che hanno soffiato sull’intero comparto delle libere professioni. A ciò vanno ad aggiungersi parametri demografici ancora favorevoli, con un trend delle iscrizioni, che seppur soggetto a lieve contrazione, si mantiene prossimo ai 3.000 nuovi ingressi per anno, con saldo positivo, al netto delle cancellazioni, ben superiore ai 2.000 iscritti, e un rapporto iscritti/pensionati ancora nettamente superiore a 9 iscritti per ogni pensionato.

 

Domanda: Il patrimonio degli enti previdenziali privatizzati è piuttosto ingente e, negli ultimi tempi, è stato anche penalizzato da trattamenti fiscali che non tengono adeguatamente in considerazione il fatto che sia costituito da contributi, ciò nonostante si sente spesso parlare della necessità che venga investito in vari modi, più o meno di utilità pubblica. Quale è la sua idea personale al riguardo e, se esiste, quali sono le forme di investimento della Cnpadc nella economia reale?

 

Risposta: Le Casse nel complesso gestiscono una massa di circa 70 miliardi di euro, di cui 6,5 sono le riserve a disposizione della Cnpadc. Come possiamo vedere, dopo le ultime correzioni al rialzo ci viene “inflitta” una tassazione che avvicina le Casse in tutto e per tutto al profilo del capitalista, mentre noi, come sottolineato in precedenza, siamo meri operatori previdenziali. L’idea di investire nell’economia reale è fondata, e in piccola parte già abbiamo asset (1% circa del patrimonio mobiliare) che si collocano in un settore utile a dare slancio all’economia del Paese. Da ultimo sono state formulate ipotesi circa un intervento delle Casse nel fondo Atlante, si tratta di operazioni potenziali, che devono rispettare le abituali ed attente procedure di monitoraggio e controllo degli investimenti, perché non dobbiamo dimenticare che la Cassa gestisce risparmi previdenziali.

In generale, già da qualche anno proponiamo il nostro impegno in progetti funzionali alla crescita, alleggerendo l’impegno pubblico  in settori strategici per il rilancio dell’economia del Paese, ma ci piacerebbe farlo a fronte di una tassazione più “europea” del risparmio previdenziale dei liberi professionisti, che oggi più di prima consideriamo un dovere da parte dello Stato, invece di studiare mal congegnati palliativi per mitigare l’incremento della tassazione sulle rendite finanziarie.

 

Domanda: Il 21 aprile 2016 (Natale di Roma) si è tenuto nella Capitale il Forum annuale InPrevidenza organizzato della Cnpadc, che ha visto una nutrita partecipazioni di esperti della materia, autorità e professionisti. L’argomento proposto (la previdenza dei professionisti: ieri, oggi e domani) ha consentito un dibattito di grande spessore, secondo lei gli enti previdenziali privatizzati riusciranno a sopravvivere senza modifiche normative e/o strutturali ovvero sarà necessario affrontare, ad esempio l’ipotesi di accorpamento, sia esso per categorie professionali omogenee o per sistemi di gestione analoghi, o di confluenza in una gestione pubblica da creare ad hoc?

 

Risposta: La possibilità di valutare accorpamenti con altre realtà previdenziali è un’esperienza che, per quanto ci riguarda, è argomento chiuso, posto che la Cassa ha già verificato che non sussistono le condizioni per unificarsi con altre Casse. A ciò si aggiunga che in Italia non ci sono esperienze positive di accorpamento di enti previdenziali per un motivo molto semplice: se si accorpano due enti in deficit, il risultato è solo un deficit più grande, mentre in tutti gli altri casi c’è qualcuno che ci guadagna e qualcuno che ci perde. La Cassa Dottori Commercialisti avrebbe solo da perdere assorbendo deficit generati da altri, che minerebbero alla radice la sua sostenibilità finanziaria, con il rischio di default nel giro di pochi anni. Da Presidente, ma anche da semplice iscritto, non accetterò mai di vedere la nostra Cassa di previdenza fondersi con altre realtà.

 

Domanda: Quest’anno termina il suo mandato di Presidente della Cnpadc, è soddisfatto del lavoro svolto e cosa segnala al suo successore come priorità?

 

Risposta: L’attività di questo Consiglio di Amministrazione è stata improntata al potenziamento del welfare dei Dottori Commercialisti e alla creazione di un sistema previdenziale integrato e moderno. Il sistema va continuamente monitorato e manutenuto, mi auguro quindi che il prossimo Consiglio sia nel segno della continuità con l’attuale, in modo da continuare l’attività intrapresa sul fronte dell’autonomia della Cassa, del sostegno alla professione e dell’efficienza gestionale interna, per cui la Cassa ha ricevuto nel 2014 e nel 2015 la certificazione ISO 9001:2008 delle procedure previdenziali e delle procedure di investimento.

 

Domanda: Dopo un incarico così prestigioso, come quello di Presidente della Cnpadc, ha intenzione di continuare ad occuparsi della previdenza, si dedicherà ad altre attività per la categoria o non vede l’ora di tornare nel suo studio professionale a tempo pieno?

 

Risposta: La chiusura del mandato di Presidente coincide con il trentesimo anno di impegno da parte mia in attività e in incarichi all’interno della professione, più o meno equamente divisi, in periodi anche temporalmente coincidenti, tra quattordici anni dedicati ai Sindacati di categoria, diciotto agli Ordini Territoriali e sedici alla Cassa di Previdenza, con un naturale crescendo di maggiori responsabilità assunte, e maggior impiego di tempo e di energie. Diciamo che sul fronte della disponibilità a favore dei colleghi mi sento in pace con la coscienza.

Dato per scontato che potrò riappropriarmi di una quantità di tempo tale da poter lavorare in Studio e vivere con la famiglia con ritmi più tranquilli, il primo pensiero che mi viene da accarezzare, per il prossimo autunno e per l’anno 2017, è quello di ridurre a zero, o al minimo indispensabile, le giornate trascorse in viaggio e in trasferta, e in modo da potermi occupare di un paio di argomenti a cui sono da sempre molto sensibile, i cani e lo sci.

[1] Vice Presidente UGDCEC Milano. L’intervista è stata pubblicata su “Il Commerci@lista – lavoro e previdenza” anno Y n. 5 di Maggio 2016